Il paese del pane e della pasta, o no?

Quando, tanti anni fa, studiavo all’Università, il “Morbo Celiaco” (Celiachia) era considerato (da me, ma non solo) una malattia esclusivamente pediatrica che riguardava pochi sfortunati e non meritevole di grande attenzione. L’inizio della professione sembrava confermare questa mia impostazione mentale: rarissimi casi, gestiti per lo più dal pediatra che li aveva diagnosticati nella prima infanzia. Ammetto che per molti anni questa personale e distorta interpretazione mi aveva portato a guardare con una certa sufficienza gli adulti che avanzavano, timidamente, le prime ipotesi su “misteriose” intolleranze alimentari.

Mi sbagliavo. E con me molti colleghi scettici e dubbiosi sulle reali dimensioni del problema.

Fatta questa doverosa ammissione di ignoranza, va detto che la malattia era effettivamente sottostimata e poco diagnosticata ma credo che fosse, comunque, meno diffusa. La sintesi, necessariamente stringatissima, ci parla di una intolleranza ad una proteina del frumento e dei suoi derivati: il glutine e la gliadina ad esso connessa. Il contatto con la mucosa intestinale determina una cascata di eventi che, nel tempo, distrugge la normale architettura della mucosa stessa, con multiformi conseguenze.

Lasciando agli specialisti una trattazione più competente, mi limiterei ad alcune considerazioni di tipo“sociale”. A quale collega non è capitato di inquadrare ed etichettare come “esaurita” la giovane signora inappetente, che perde peso, dorme male, ha evidenti e confusi sintomi addominali e, per tutto ciò, non è certo di ottimo umore?

La Celiachia venne forse trascurata proprio per l’insidiosa, a volte ingannevole, variabilità dei sintomi. La terapia è semplice ed impegnativa al tempo stesso: soppressione della proteina dalla dieta. Rinunciare ad una serata a base di pizza tra amici o non poter gustare un buon gelato in una sera d’estate (il glutine viene usato come addensante) è già difficile per un adulto... figuriamoci per un bambino.

E’ triste dover ammettere che molta parte della ricerca viene orientata e rinvigorita dagli interessi che una patologia a grandi numeri (e quindi remunerativa) può muovere rispetto alle cosiddette malattie rare. E così, anche in Italia, patria del glutine (pane, pasta e pizza) e quindi certamente una delle nazioni più interessate dal fenomeno, poco o nulla si è fatto fino ad una ventina di anni fa, quando questa malattia, sempre più diffusa, sbarcò in modo massiccio negli Stati Uniti. L’industria della Salute si sensibilizzò e mosse gli interessi scientifici (e non solo quelli) nei confronti dei soggetti colpiti. I pazienti diventarono un “mercato interessante” e, se non sul farmaco, si investì sul cibo.

Sempre più facilmente, addirittura nei punti di ristoro delle autostrade, il celiaco può trovare alimenti gluten free. Il termine inglese non è casuale: proprio gli Stati Uniti hanno dato un massiccio impulso alla commercializzazione di tali alimenti e, come accennavo, non per pura filantropia!

La diffusione mediatica del “fenomeno intolleranze” è meritoria ma ha creato, paradossalmente, un piccolo problema di rimbalzo: adesso l’intolleranza alimentare va di moda e spesso è un alibi. Per molti grassottelli e, soprattutto grassottelle, è decisamente più rassicurante definirsi “gonfi” per colpa di inesistenti intolleranze alimentari che non ammettere le proprie colpe di gola.

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