L’elezione di Francesco

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, argentino di origine piemontese, gesuita, 76 anni è stato eletto papa ed ha assunto il nome di Francesco.  

            La sua elezione, oltre che dalla tradizionale fumata bianca, poco dopo le 19 del 13 marzo,  è annunciata dal suono a festa delle sei campane della basilica vaticana. Ognuna di esse ha un nome ed emette una nota diversa. La più grande, il Campanone, ha 204 anni, pesa nove tonnellate e la sua nota è il Fa basso; il Campanoncino ha 263 anni e suona un Si bemolle maggiore; la Rota emette un Re; la Predica suona in Fa; l’Ave Maria emette un Si naturale e la Campanella un Do acuto.

La sua elezione è conseguente alle dimissioni di Benedetto XVI  che lunedì 11 febbraio 2013 aveva annunciato la decisione di “rinunciare al ministero di vescovo di Roma” dalle 20 del 28 febbraio; era stato eletto al soglio pontificio il 19 aprile 2005.  

            Come i suoi predecessori,  Bergoglio ha cambiato nome. Il primo papa che lo cambiò è stato nel 532 il romano Mercurio che prese il nome di Giovanni II (532-535) per cancellare il nome di un dio pagano. La formula “Habemus papam” nasce invece dal Vangelo di Luca. Un angelo, annunciando la nascita di Gesù, dice ai pastori: “...vi annunzio una grande gioia: oggi è nato...il Cristo Signore”. In latino la formula “Annuntio vobis gaudium magnun: habemus papam” sembra che sia stata usata per la prima volta nel 1484 per annunciare l’elezione di Giovanni Battista Cybo che assunse il nome di Innocenzo VIII e regnò fino al 1492.

            Chi sa se il nuovo papa prima di essere eletto ha fatto il sogno che il Belli immagina nel sonetto “un inzogno”.

Me so’ fatto un inzogno. Me pareva

d’èsse creato Papa in ner Concrave,

e mme vienissi avanti Adamo e Eva

a pportamme un bastone e un par de chiave.

Poi me pareva de stà in pizzo a un trave,

e un omo sceco me dessi la leva;

e mme trovavo solo in d’una nave

che un po’ mme s’arrenava e un po’ ccurreva.

Poi me pareva d’avè ccento bbraccia,

novantanove pe ttirà cquadrini

e uno ppe ddà indietro carta straccia.

 

             Il Papa conduce – dice il Belli – una “vita da cane” per la frenetica attività del suo ministero.  

 

Ah sse chiam’ozzio er zuo, bbrutte marmotte?

Nun fa mmai ggnente er Papa, eh?, nun fa ggnente?

Accusì vve pijjassi un accidente

come lui se  strapazza e ggiorn’e nnotte.

Chi pparla co Ddio padr’onnipotente?

Chi assorve tanti fijji de miggnotte?

Chi mmanna in giro l’innurgenze a bbotte?

Chi vva in carrozza a bbinidì la ggente?

Chi jje li conta li quadrini sui?

Chi l’ajjuta a ccreà li cardinali?

Le gabbelle, pe ddio, nun le fa llui?

Sortanto la fatica da facchino

de strappà ttutto l’anno momoriali

e bbuttalli a ppezzetti in ner cestino!

 

           Gli scandali che hanno colpito la Chiesa recentemente non erano diversi da quelli di 180 anni fa. Nel sonetto “nun c’è strada de mezzo” il Belli ci racconta il sogno agitato del papa che deve nominare due alti prelati che ha scoperto essere dei ladri. Se li lascia al loro posto c’è il rischio che contaminino l’ufficio e se li nomina cardinali c’è la possibilità che uno di loro diventi papa e mandi la Chiesa “in raschiatura”.

 

Er Papa dorme..

Perché sto par de fijji de miggnotte

ch’è in zur procinto de dajje er cappello,

l’ha scuperti ppiù lladri che mmarmotte;

e mmò sta ttra l’ancudine e ‘r martello.

Si li lassa in  ner posto c’hanno adesso,

va a rrisico che ll’antra prelatura

specchiannose in sti dua facci l’istesso.

Si ppoi l’incardinala, ha ggran pavura

c’un giorno uno de loro entri ar possesso

de la Cchiesa, e la manni in raschiatura.

 

            Ma anche i problemi della Fede – Benedetto XVI ha proclamato il 2013 Anno della Fede – non erano diversi anche ai tempi del Belli. In  “Tutto cambia” così scrive

 

La causa de sti guai tiettelo a mmente,

nun è la guerra, nun zò le staggione:

tutto ne viè cch’er zecolo presente

nun conossce ppiù un cazzo riliggione.

Oggni quarvorta un Papa anticamente

ussciva da Palazzo in carrozzone,

se sentiveno turbini de ggente

dì “Ssanto Padre. La bbenedizione”.

Ma a sti tempi che cqua cchi sse ne cura?

Chi jje la chiede adesso? Tutt’assieme,

quattro vecchi, e ssì e nnò cquarche ccratura.

Co ttutto questo, io noto la costanza

der povero sant’omo, che sse spreme

a spaccà ccrosce pe ssarvà ll’usanza.

 

            Un sonetto del Belli del 9 aprile 1834 ci fornisce una vivida immagine di quel che accadeva anche allora sulla piazza piena di venditori ambulanti e ci dà l’occasione di spiegare l’origine del termine “a ufo” cioè gratis.

 

Stammatina, a Sampietro, a sediciora,

c’è nata una bellissima baruffa,

perché un zantaro strillava de fora:

“Cinque Santi a bajocco, e er Papa auffa”.

 

            Cioè il venditore di santini ne vendeva cinque per un baiocco e quello del Papa lo dava “auffa” cioè gratis. “Auffa” è la corruzione romanesca dell’italiano “a ufo” la cui origine è da ricercare nella costruzione della basilica di S. Pietro. Infatti sui materiali destinati alla Fabbrica di S. Pietro era impressa la sigla AUF – Ad Usum Fabricae -  che li esonerava dal pagare le tasse. Da qui il termine italiano “ufo” e il romanesco “auffa”.

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