Lo stato reale del Servizio Sanitario: “Il piatto piange” sempre più spesso

“Il piatto piange”. Con questa famosa frase gli impresari dell'avanspettacolo si rivolgevano alle loro ballerine per comunicare che la cassa era disperatamente vuota. In Italia, specialmente negli ultimi anni, sembra che non ci sia mai una lira (o un euro) per niente: non ce n’è per la scuola e per la ricerca scientifica, né per i trasporti pubblici, né per dare lavoro ai giovani o aiuti per la casa, non ce ne è per il Servizio Sanitario Nazionale. È proprio su quest'ultimo punto ci soffermeremo oggi, provando a fare alcune riflessioni, non certo da economista, ma più semplicemente da cittadino addetto ai lavori.

La spesa per il S.S.N. è da anni in continua crescita per due motivi di fondo: a) la popolazione invecchia; b) le nuove tecnologie e i nuovi farmaci hanno costi maggiori.

Sul fatto che la popolazione invecchi c'è poco da dire: ormai più della metà dei frequentatori dei nostri studi si pone fra i sessanta e i novanta (o più) anni ed è ovvio che questa fascia di età sia più colpita da malattie croniche e degenerative e che quindi consumi una quantità di farmaci e presidi diagnostici doppia o tripla rispetto a un soggetto giovane. A questo non c'è rimedio, se non proponendo fin dall'infanzia uno stile di vita e un'alimentazione più sani che diminuiscano nell'età matura la comparsa di malattie come il diabete, le malattie cardiovascolari e la bronchite cronica. (Domanda provocatoria: "Come può uno Stato che ha il monopolio dei tabacchi e che guadagna un sacco di soldi con le tasse sui tabacchi essere credibile nelle campagne anti-fumo e dolersi del costo sociale delle malattie respiratorie croniche?").

Per il secondo punto è evidente che i farmaci di nuova uscita hanno generalmente un costo maggiore dei vecchi a brevetto ormai scaduto, principalmente perché le industrie farmaceutiche devono ammortizzare i costi stratosferici della ricerca che ha portato allo sviluppo del nuovo principio attivo. Vorrei ricordare, però, che l'inserimento di un farmaco nel prontuario nazionale, cioè nell'elenco dei farmaci dispensati come "mutuabili" dal S.S.N., e il suo relativo prezzo sono decisi da apposite commissioni tecniche. Dopo, a mio avviso, non si può andare dal medico prescrittore a dirgli: "Si, c'è questo farmaco che è nuovo e sembra superiore ai precedenti però tu devi prescrivere i vecchi, che costano di meno", perché il medico, sempre a mio avviso, deve cercare unicamente di prescrivere secondo scienza e coscienza al suo paziente la terapia migliore che gli viene messa a disposizione, e basta.

Stesso discorso per quanto riguarda gli accertamenti diagnostici: il medico deve poter richiedere per il suo paziente l'esame migliore e più appropriato attualmente disponibile. Dice: "Per fare un'ecografia in convenzione ci vogliono più di sei mesi ma se la vai a fare in privato, a pagamento, la fai dopo due giorni". E qui veniamo alle dolenti note e cioè al fatto che, nonostante tutte le belle chiacchiere, anche nella Sanità gli interessi privati prevalgono sul bene pubblico. Perché, infatti, in una struttura privata convenzionata un apparecchio per la Risonanza o per la TAC o per l'ecografia viene fatto lavorare anche per più di 12 ore al giorno, tutti i giorni, a volte anche il sabato e la domenica, mentre in una struttura pubblica la maggior parte degli apparecchi (quando ci sono) è costantemente sotto-utilizzata? Dice: "Ma non c'è abbastanza personale per farli funzionare". Certo! Non li assumi, non li paghi, li fai lavorare in pessime condizioni, tagli orari e servizi, blocchi il turnover di chi va in pensione etc!

In realtà ci sono forti interessi politico-imprenditoriali per far sì che buona parte del denaro pubblico venga trasferito nelle casse dei vari squali e squaletti della Sanità privata.

Per il momento fermiamoci qui. La prossima volta proveremo ad allargare il discorso e a vedere come, in realtà, l'economia sia strettamente connessa all'etica.

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