Fedele alla linea, un documentario sul personaggio Lindo Ferretti

Alcune figure della musica internazionale hanno ispirato film più o meno autobiografici con folle di fan in coda al botteghino per vederli, un rito tra il feticistico e il celebrativo. Un personaggio anomalo della scena artistica come Giovanni Lindo Ferretti non poteva invece che essere al centro di un documentario, nella sua vita c’è infatti tanto da raccontare ma forse più dei fatti conta proprio la persona. Ecco quindi che il giovane regista Germano Maccioni con “Fedele alla Linea” ci porta sugli Appennini, a Cerreto Alpi, dove Lindo Ferretti è tornato dopo una vita spesa sui palchi di mezza Europa professando il punk emiliano. Si perché i CCCP sono solo teoricamente nati a Berlino dall’incontro tra il cantante liturgico per eccellenza e Massimo Zamboni, ma si sono nutriti della loro emilianità esportando una ribellione che era comunque molto legata a un contesto preciso. Il documentario, proiettato in estate al Nuovo Cinema Aquila di Roma (distribuzione Cineteca di Bologna in collaborazione con Articolture e Apapaja ancora in giro per l'Italia, info sul sito ufficiale) e speriamo presto disponibile in DVD, parte ancora prima comunque, se oggetto è la persona va infatti ricercata la formazione, fin quasi la nascita. Ecco quindi il rapporto con la nonna, il collegio a Reggio Emilia dove il direttore profetizzò: “Mal che vada ne faremo un cantante” e poi l’allontanamento. La fuga che inizia a Berlino, passa per i CCCP e l’impegno politico, per approdare poi ai CSI dopo la dissoluzione dell’impero sovietico e delle ideologie che questo portava con sé. Un nuovo mondo, una nuova partenza per Ferretti e Zamboni che si ritrovano in Mongolia per esplorare quello che stavano diventando. Per Ferretti è un altro segno, la terra dominata dai cavalieri significa ritorno alle sue origini, al rapporto mai interrotto con le montagne e i loro ritmi. Con Tabula Rasa Elettrificata, uno degli album più significativi di quegli anni, sta già iniziando l’allontanamento e il “ritorno a casa”. Si perché il personaggio che prima cantava “voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia” o “punk Islam” e ora si dice ammirato dalla figura di un Papa come Ratzinger qualche sconquasso in chi lo ha sempre seguito lo ha provocato. Ma non è stato facile nemmeno per lui, che racconta nel documentario anche le fasi più dolorose nel fisico e nel morale, fino all’approdo, il ritorno a casa appunto.

Su tutto però campeggia il sorriso di un sessantenne che ne ha viste tante, che ha saputo più di altri segnare un tempo ed evidenziare le contraddizioni di un certo modernismo. Non rimane che pensare che forse, a piccole dosi un po’ nascoste, questa attrazione per i suoi monti e i suoi morti Lindo Ferretti l’aveva già espressa. La sua calma e la sua quiete, al di là delle fazioni in cui si sono divisi i fan di prima e di dopo, rimangono i regali più belli che il documentario consegna al pubblico. Un modo di vivere che potrebbe ispirare molti, ma che forse non è così facile da raggiungere e accettare se prima non si è passati per una storia personale e globale come quella di Lindo Ferretti e dell’Europa degli anni ottanta, novanta e duemila. 

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