Le troppe notti passate senza riposo: disturbi del sonno e insonnia cronica

I dati del Rapporto Nazionale 2008 sull’uso dei farmaci in Italia (ma probabilmente non si discostano molto da quelli a livello Europeo) pongono al primo posto, tra i prodotti a totale carico del cittadino, Benzodiazepine ed analoghi. Le Benzodiazepine sono, a vario titolo, i farmaci che si usano nei disturbi d’ansia e del sonno.

Il dato fa immaginare un popolo di insonni e nevrotici, dediti all’uso compulsivo di sonniferi e simili. Non è così ma il fenomeno merita un ragionamento serio e multidisciplinare. In Italia il problema sembra interessare oltre 12 milioni di persone e lo si ipotizza addirittura sottostimato in quanto poco indagato dal medico di medicina generale e, forse, sottovalutato dal paziente stesso.

Lo studio dei disturbi del sonno è talmente complesso che i super specialisti hanno ordinato, in una estrema frammentazione di classificazioni diagnostiche e in modo forse troppo rigido e articolato, oltre ottanta diagnosi specifiche. Senza neanche sfiorare queste “tabelle” si può dire che il disturbo del sonno può essere secondario ad altre patologie (es. dolore) o primario.

Quella che comunemente viene definita insonnia (primaria) copre il 90% di tutti i disturbi del sonno e si divide in iniziale, centrale e terminale, a seconda che si tratti di difficoltà di addormentamento, di risvegli ripetuti e prolungati o di risveglio mattutino precoce.

La difficoltà di iniziare o mantenere il sonno rappresenta, secondo gli psichiatri, anche un campanello d’allarme (“sintomo civetta”) della depressione cui è strettamente legata. L’insonnia cronica peggiora nettamente la qualità della vita e impedisce al nostro sistema nervoso quel ristoro indispensabile per scaricare le tensioni accumulate.

E’ altresì evidente che la qualità e la quantità del sonno sono legate al nostro quotidiano, alla nostra serenità e, non ultimo, a tutte le possibili conflittualità che, inevitabilmente, si creano nell’ambito del lavoro, nei rapporti interpersonali e nella famiglia.

Freud sosteneva che qualunque desiderio, bisogno o sentimento ha l’effetto di inibire il sonno. Spegnere la luce non sempre equivale a “staccare” il cervello! Anzi, spesso, è proprio allora che il “ruminare” pensieri e preoccupazioni innesca la difficoltà di addormentarsi.

Anche le ore necessarie per il nostro riposo differiscono tra il giovane e l’anziano: se otto ore possono non bastare ad un bambino, l’anziano non può aspettarsi molto più della metà. La terapia farmacologica di tale disturbo è semplice e complessa al tempo stesso: i farmaci sono spesso usati male e a dosaggi incongrui (anche dal medico) e l’autoprescrizione crea dipendenza e necessità di aumentare i dosaggi.

Nei tanti aspetti di questo diffuso e complicatissimo problema si inserisce, anche, la paura ancestrale che identifica il sonno (perdita della coscienza) come una sorte di “morte temporanea”. Il concetto è antichissimo, sempre presente nell’inconscio di tutte le civiltà e viene sviscerato dai più vari autori, nel mito e nella psicoanalisi.

A volte, l’ironia (in questo caso estrema) esorcizza questo timore del non risveglio. Ricordo ancora, a tal proposito, quando da ragazzo, nel cimitero di Ancona, casualmente rimasi colpito da un epitaffio di qualcuno che, evidentemente, aveva avuto qualche problema di insonnia: “Amici non piangete... è solo sonno arretrato”.

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