Riforma Balduzzi, tra il dire e il fare...

Antonio Calicchia, presidente della Cooperativa Roma Medicina

In questi primi giorni di settembre, buona ultima, anche la Sanità è stata coinvolta nel processo riformatore del Governo Monti, che nei pochi mesi di attività ha già messo in cantiere molte disposizioni che colpiscono direttamente e indirettamente la vita di tutti gli italiani. La stesura e la approvazione di quello che oramai viene chiamato il “decreto Balduzzi” non è, infatti, che l’ultima di questa serie di decisioni operative del Governo.

Sin dalle prime pubblicazioni sugli organi di stampa, questo decreto di legge ha scatenato un putiferio di discussioni, di pareri, ora negativi ora positivi, di dichiarazioni, ora entusiaste ora critiche, da parte dei politici, degli addetti ai lavori della gente comune. Prima di entrare nel merito in questo breve commento va detto che tutto questo can can sottolinea l’importanza che ha un tema come la Sanità per la nostra società, sia che venga visto dalla parte degli stakeholders che dalla parte della cittadinanza.

Tutti i media lo hanno cavalcato sottolineando ora questo ora quello dei numerosi articoli di cui è composto. Sicuramente uno degli articoli più controversi e subito evidenziato da tutte le parti, e che più ci riguarda come medici di famiglia, è il primo, quello delle cure territoriali: la riforma della assistenza primaria con la introduzione del concetto di h24 e di vera continuità assistenziale.

Subito le Regioni, che la modifica dell’art. V della Costituzione ha reso responsabili effettive della Sanità, hanno immediatamente fatto sentire la loro voce, reclamando la necessità di una maggiore concertazione perché assillate da un taglio netto dei fondi a loro disposizione e perché in alcuni casi desiderose di affermare la loro visione di servizio sanitario. Anche loro sanno, però, che è assolutamente necessario ripensare la parte del servizio sanitario che si occupa del territorio nel momento in cui, giocoforza, si riducono i posti letto e gli ospedali devono concentrare il loro lavoro sulla cura, sempre migliore e con l’ausilio delle più nuove tecnologie, delle patologie acute. È necessario perciò ripensare a nuove forme organizzative per l'assistenza extraospedaliera; è necessario riorganizzare i ruoli, le interdipendenze e i rapporti tra i vari professionisti e le varie strutture delle Asl che erogano la assistenza primaria al fine di riuscire a garantire in tempi brevi risposte ai problemi socio-sanitari dei malati ed evitare così inutili intasamenti delle corsie ospedaliere e dei pronto soccorso.

Questo decreto, almeno nella parte che riguarda la medicina territoriale, cerca di andare verso questa direzione. Modifica l’articolo 8 della legge 502 del 92 che regola appunto, nel servizio sanitario nazionale, l'assistenza primaria. Purtroppo come dice un vecchio adagio “...tra il dire e il fare…” anche in questo caso, prima di arrivare al piano pratico realizzativo, sarà necessario modificare norme, accordi contrattuali, regole pratiche, che richiederanno una forte volontà politica per poter essere realizzate. Bisognerà riuscire prima a convertire in legge il decreto, poi a inserire queste novità nel Patto per la Salute che regola i rapporti tra lo Stato centrale e le Regioni, poi ancora riscrivere le varie convenzioni (che per il decreto Tremonti sono bloccate fine al 2014) che regolano i rapporti di lavoro tra il sistema e i professionisti coinvolti come i medici di famiglia, i medici di continuità assistenziale, i pediatri di libera scelta e gli specialisti convenzionati.

Soltanto dopo che le nuove norme regolatorie del lavoro di questi professionisti, tra cui vogliamo ricordare il ruolo giuridico, la ristrutturazione delle modalità di pagamento, il riconoscimento di alcune peculiarità lavorative, penso che si potrà mettere mano, praticamente ed effettivamente, alla creazione dei centri per la continuità assistenziale, capillarmente diffusi su tutto il territorio.

E che questo percorso sia lungo e difficile lo dimostra il fatto che la versione definitiva del decreto Balduzzi pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale sia già stata epurata da molti aspetti, prima presenti, come per esempio l’h24 lasciando solo la necessità di una assistenza h12. Credo che nei prossimi mesi ne vedremo delle belle. Aspettiamo di capire insomma che cosa alla fine riuscirà nascere dalle varie opere di interdizione.

Sicuramente assisteremo, nelle varie regioni, alla nascita nei prossimi mesi di vari modelli operativi, fatti da amministratori poco illuminati, su base sperimentale, come per esempio nel Lazio gli ambulatori di quartiere “quamed”, che avranno solo in parte e solo in alcune specifiche realtà regionali, la capacità di migliorare veramente la sanità extra ospedaliera.

Da parte nostra, medici di famiglia che lavorano quotidianamente sul territorio, diciamo solo che siamo convinti della necessità di un cambiamento, per affrontare meglio le esigenze di un servizio sanitario in cui crediamo, ma non vorremmo che questo cambiamento sia fatto esclusivamente per confermare che "il peggio non è mai morto".

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