Terrorismo, una guerra senza regole: violenza e paura

Attentato alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001

A un mese e mezzo dall’attentato di Boston, l’America precipita nuovamente nell’incubo “attentati”. La nostra mente ritorna indietro nel tempo: l’attentato alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001 e l’attentato dell’11 marzo 2004 a Madrid.

Il mondo è nuovamente nel panico e condivide un dolore collettivo dovuto all’impossibilità di elaborare un lutto le cui cause non possono essere rintracciate nella ragione di ognuno di noi. La nostra vita è in balia dell’imprevedibile poiché in qualsiasi momento un attacco terroristico può condurre alla morte noi e i nostri cari o migliaia di persone che non conosciamo ma che sono convinte di vivere in un periodo di pace e non in una guerra senza regole.

Lo scopo del terrorismo è di “terrorizzare” e questi atti di violenza sono atti pubblici di distruzione che non hanno alla base un chiaro obiettivo militare ma riescono comunque a suscitare nell’opinione pubblica un diffuso sentimento di paura. Questa paura, inoltre, si trasforma in rabbia nel momento in cui apprendiamo che dietro questi atti vi è una possibile giustificazione religiosa.

I “soldati” che si immolano in nome di un dio nella maggior parte dei casi sono giovani e maschi che sentono il bisogno di acquisire potere poiché appartengono a gruppi marginali da un punto di vista finanziario e sociale. Secondo alcuni storici l’età media è tra i sedici e i ventidue anni e i giovani che in passato si sono suicidati per mezzo di un’esplosione erano convinti che una volta morti avrebbero raggiunto un paradiso all’interno del quale si sarebbero potuti abbandonare ai più desiderosi atti sessuali con settantadue vergini. Il potere sessuale, quindi, era rappresentato dal controllo sessuale che li conduceva a provare un’avversione per il mescolamento dei ruoli sessuali. Nei campi di Bin Laden, infatti, si procedeva verso un indottrinamento che spingeva questi affiliati a ritenere che le culture occidentali avrebbero potuto minacciare la propria famiglia e il proprio popolo. Lo scopo era salvare i propri consanguinei attraverso l’uccisione dei responsabili dei lutti familiari. Le persone da sterminare erano individui da loro considerati “estranei” e appartenenti a “specie diverse”.

Alla base degli attacchi kamikaze possiamo ritrovare anche spinte innate alla violenza e all’aggressività precedute da una propensione all’altruismo e alla cooperazione verso i loro familiari e il loro gruppo di appartenenza ma alla base vi è comunque la “paura” nei confronti dell’estraneo. Questa paura, quindi, fa scattare attraverso il riconoscimento della diversità la propensione all’aggressività. Si deduce, di conseguenza, che i kamikaze da sempre sono state persone estremamente lucide in grado di portare a termine un piano complesso, di maneggiare esplosivi, di pilotare aerei e motivati a morire in nome di un dio che li rende loro martiri.

Il terrorismo è un linguaggio per essere notati ed è tale per il semplice fatto che qualcuno ne rimane terrorizzato. È attraverso i mezzi di informazione che i terroristi catturano l’attenzione del pubblico. Molti gruppi, inoltre, utilizzano internet e il web nel momento in cui la televisione non riporta in modo adeguato le motivazioni che si trovano alla base dei loro attacchi proprio perché le dimostrazioni pubbliche di violenza veicolano messaggi potentissimi. Il fatto che determinati gruppi sono in grado di dimostrare la propria capacità distruttiva in modo simultaneo in diverse parti del mondo dimostra la loro capacità di realizzare un evento imponente che ha alla base un impatto del tutto globale.

Il terrorismo è rivolto ad un pubblico televisivo mondiale. Esso è una pubblica esibizione di violenza. È un evento sociale.

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