Curare gli anziani nella loro stessa casa, nel presente e nel futuro

Dopo il Giappone, sembra essere proprio l’Italia il paese più longevo. Varie fonti accreditano al nostro Paese i primissimi posti di questa graduatoria ed anche per quanto riguarda la “qualità della vecchiaia” sembriamo tra i più fortunati. Il merito di ciò è diviso tra molti fattori: genetici, ambientali, climatici, alimentari e, non ultimo, un certo merito va riconosciuto al nostro Sistema Sanitario.

La notizia è positiva e certamente rassicurante ma più volte le statistiche sono asettiche trasmissioni di numeri e non coincidono con la percezione che la gente comune ha del problema in questione.

Intendo dire che chiunque abbia, o abbia avuto, un genitore, un parente o semplicemente un conoscente con problemi legati all’inesorabile e generale decadimento dell’età avanzata si è scontrato con infinite difficoltà pratiche.

L’argomento, certamente, non è nuovo e della Famiglia, sempre meno adatta a fornire la tradizionale “rete” di protezione che ha retto il sistema fino a pochi decenni fa, si è già detto tutto... che fare allora?

Alla fine degli anni ’70 la bistrattata figura del medico “della mutua” veniva rivista e, in questi trenta anni, cambiata in medico di base, medico di medicina generale e definitivamente in medico di famiglia. Questa ultima definizione, a mio avviso, è quella che meglio identifica il lavoro del medico sul territorio, nel bene e nel male.

L’impossibilità da parte dei familiari di garantire l’assistenza complessa e continua che gli anziani richiedono, ha scaricato, inevitabilmente, molti piccoli e grandi problemi sulle spalle del proprio medico che, travalicando spesso i propri compiti, si occupa di tutto, con iniziative personali, buona volontà e collaborando alla soluzione delle più svariate situazioni che, volta per volta, si presentano.

L’atteggiamento è meritorio ma sembra empirico, poco professionale e affidato, comunque, alla buona volontà e allo spirito di sacrificio personale.

Il piccolo ospedale di zona, i centri specialistici convenzionati, le mille strutture accreditate, riconosciute vere voragini della sanità pubblica, costano al cittadino e non danno, in termini pratici, il ritorno che ci si aspetterebbe.

Il futuro del Sistema Sanitario è sul territorio: meno ospedale (nel cronico) e più assistenza domiciliare integrata. Gli ospedali, infatti, pur nella loro efficienza, per un anziano sono un’esperienza devastante e, molto spesso, addirittura dannosa per il delicato ed instabile equilibrio di un soggetto fragile. Un ultraottantenne su due non è autosufficiente e quello di cui necessita richiede una organizzazione ed una capillarità di interventi che spaziano dalla preparazione dei pasti alla loro somministrazione, dall’ igiene personale alla gestione pratica delle terapie e delle necessità quotidiane, dalla mobilizzazione alla prevenzione degli incidenti domestici e molto altro ancora. Creare e ottimizzare un tale servizio, come si può immaginare, è complicatissimo e costoso ma è l’unica strada percorribile nell’immediato futuro. Numerosi sforzi e iniziative locali puntano, faticosamente, a questi obiettivi. Eppure, ad oggi, Volontariato, “Onlus”, “Hospice”, Cooperative Sociali, Comuni e ASL non si interfacciano e a volte si sovrappongono inutilmente. A questo punto la figura che dovrebbe coordinare le prestazioni, il medico appunto, ha solo un referente costante ed affidabile: la Badante!

Se non ci organizzeremo, sarà utile, in futuro, saper spiegare bene le terapie e gli interventi necessari anche in romeno, ucraino, spagnolo ecc. ecc. ecc.

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