Nani e sbagli, il disagio c’è per tutti ma anche le colpe vanno condivise

Caro Gian Paolo, ho letto divertito la tua storiella (inviata via mail ai colleghi della cooperativa - N.d.R.), credo sia il sintomo di un grande disagio che serpeggia non solo tra noi ma nell’intera categoria. Sono d’accordo con te sulla questione in generale ma vorrei ragionare con te e con i nostri colleghi sul fatto che non possiamo lamentarci sempre e scaricare su altri (in questo caso il sindacato) il grande decadimento della nostra professione. Sicuramente ha le sue colpe ma il sindacato siamo noi e siamo stati sempre noi medici di medicina generale che nel lontano 1992 abbiamo permesso che gli accordi, allora economicamente validi, non fossero effettivamente portati a termine con l’effettuazione di tutte quelle normative, che il sindacato aveva scritto, che ci avrebbero potuto far assumere un altro ruolo a livello della sanità territoriale.

Ti e vi ricordo che noi esistiamo come categoria professionale solo perché c’è una convenzione, in quanto non esiste la figura professionale del medico di medicina generale, se non nell’ambito dell’ACN, ma in tutti questi anni non siamo riusciti a capire che mentre noi eravamo chiusi nei nostri studi a seguire i nostri pazienti, e a invecchiare con loro legati dal famoso rapporto fiduciario , il mondo esterno cambiava e, per esempio, le quote economiche assegnate alla medicina generale passavano dal 6,5% (sul SSN) del ‘92 al 6,9 del 2009, rispetto per esempio alla specialistica ambulatoriale che passava dal 7 al 13,5%.

Noi ci siamo sempre arroccati nei nostri studi, al nostro tran tran quotidiano, ritenendo indegno chi ci diceva che dovevamo impegnarci nella ricerca, nella diffusione delle buone pratiche, nell’adeguamento della nostra attività alla medicina basata sulle evidenze, sulla modifica del modo di lavorare cambiando la tipologia di avvicinamento al paziente e alla sua patologia, non considerando adeguatamente la epidemiologia con le sue prevalenze ed incidenze, non modificando se non lentamente la nostra conoscenza del mondo esterno che sempre più parlava di cronicità, di assistenza individualizzata e di medicina di iniziativa, rifiutando ostinatamente l’utilizzo dell’informatica che con sé porta la possibilità e la necessità della rendicontazione e della valutazione. Tutte queste cose, e non solo il sindacato su cui ora è facile scaricare le colpe, ci hanno portato a questo punto. Siamo così distratti che vediamo la pagliuzza ma non vediamo la grossa trave che ci sta pian piano accecando.

Io, in tutta sincerità, ti e vi posso dire che in trenta anni di professione, l’unica analisi seria sulla nostra situazione, sulle cause che l’hanno provocata e sulla possibile sterzata che la potrebbe rivitalizzare l’ho sentita fare da Milillo e dal suo gruppo, non l’aveva fatta Falconi e tantomeno Bartoletti, che sono dieci anni che ci guidano e che hanno portato la medicina generale del Lazio a pesare come stanziamenti al bassissimo 4,6% del 2008.

Ma neanche dagli altri rappresentanti degli altri sindacati, che anzi sono stati sempre assolutamente assenti. L’unica possibilità che abbiamo è quella di modificare il nostro modo di lavorare, di adattarci alle richieste della società che cambia, di accettare di farci valutare, nel pretendere che una volta valutati saremo però pagati per quello che effettivamente facciamo.

Io sono fermamente convinto che se con le poche forze che ci rimangono riusciremo a modificare la nostra professione, allora sicuramente avremo una vecchiaia più tranquilla, perché avremo permesso quel ricambio generazionale che servirà a pagare la nostra pensione. Se invece non sapremo restituire al nostro lavoro una certa dose di appeal i giovani scapperanno, come stanno scappando ora, attratti da una medicina diventata tecnologica, strutturata e organizzata e la nostra povera pensione diventerà ancora più povera. Non per essere tragico ma credo che mandare in giro lamentele come quelle che state facendo, e che ripeto siete liberissimi di fare, sia molto poco costruttivo e serve solo a diffondere una immagine qualunquista del nostro gruppo che invece in questi anni ha lavorato molto e ha fatto molta della strada che è tempo incominci a indicare anche agli altri.

Non voglio tediarvi ancora ma credo che sia necessario che noi invece diffondiamo ancora di più l’idea che una medicina organizzata e preparata può essere utile a se ed ai suoi pazienti per molto tempo ancora.

Un caro saluto a tutti

Ps: Mi pare sia stato Gandhi a dire che non bisogna aspettare il cambiamento ma essere noi stessi il cambiamento, o no?

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