L'importanza di rivolgersi a uno psicologo

Luci e ombre della mente

Per molti anni la figura dello psicologo è stata vittima di pregiudizi e stereotipi. Le frasi che spesso ruotavano intorno a questa professione erano: “chi va dallo psicologo è matto”;“lo strizzacervelli fa più male che bene perché ti cambia”.

Nell’immaginario comune la psicologia era rimasta legata alla psicoanalisi di Freud e alle sedute estremamente costose che duravano per molti anni. Al giorno d’oggi, per fortuna, lo psicologo non corrisponde più all’immagine prodotta dalla nostra fantasia e le sedute non durano anni, ma il percorso terapeutico si potrebbe concludere in un breve lasso di tempo.

La psicologia è un qualcosa di estremamente concreto, perché concreta è la nostra vita e noi essere umani viviamo di emozioni, relazioni, conflitti, dolori, rabbia, svalutazioni, autostima, comunicazioni e pensieri. La mente è il motore di tutto e come diceva Freud “la mente influenza il corpo e il corpo la mente”.

L’aiuto di un professionista va ricercato nel momento in cui si sta attraversando un periodo lungo di sofferenza psichica e che con il tempo questo disagio crea delle limitazioni nella vita e nelle relazioni di ogni giorno.

Quali sono i campanellini di allarme che ci dovrebbero portare a contattare uno psicologo/psicoterapeuta?

- Aver consultato medici e essersi sottoposti a determinate analisi non ha risolto il problema.

- Il vostro disagio interferisce con le vostre principali aree di vita lavorativa, familiare, sociale e affettiva.

- Mettete in atto comportamenti che non riuscite a controllare e i vostri pensieri sono del tutto negativi.

- Vi sentite tesi e si presentano disturbi del sonno, accelerazione del battito cardiaco e giramenti di testa.

- Il vostro disagio vi conduce ad evitare determinate situazioni (prendere un aereo, un mezzo pubblico, l’automobile).

- Nei casi più gravi si ricorre ad alcool, droga e si pensa al suicidio.

Molti ricorrono allo psicologo/psicoterapeuta perché vivono stati di depressione e di ansia e hanno bisogno di un sostegno per riprendere in mano la propria vita. Non meno raro è il farsi aiutare per elaborare un “lutto” e con questo termine non si intende solo la morte di una persona a noi cara, ma anche un abbandono, una separazione e la fine di una amicizia o relazione.

Ma qual è la differenza tra uno psicologo e uno psicoterapeuta?

Entrambi sono figure professionali orientate alla cura del disagio psichico. Lo psicologo è laureato in Psicologia (corso di laurea di cinque anni) e ha svolto un tirocinio della durata di un anno. Successivamente ha superato l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione che permette di iscriversi all’Albo professionale (sezione A) dell’Ordine degli Psicologi. Nel 2001 è nata la figura del “Dottore in tecniche psicologiche” che ha conseguito la laurea in tre anni ed ha effettuato un tirocinio di 6 mesi. Ha superato l’esame di Stato per l’abilitazione professionale e l’iscrizione all’Albo nella sezione B. Lo psicologo clinico utilizza strumenti di valutazione, di prevenzione e di intervento sul disagio psichico appresi durante il corso di laurea. Previene e interviene sul disagio promuovendo la consapevolezza personale e rinforzando le capacità individuali.

Lo Psicoterapeuta è colui che dopo la laurea in Psicologia o in Medicina, si iscrive e frequenta una scuola di specializzazione in psicoterapia della durata di almeno quattro anni. Lo psicoterapeuta è l’unico abilitato a fare psicoterapia e si occupa della cura di disturbi psicopatologici che vanno da forme di disagio psichico modesto a forme di psicopatologia più grave.

A mio parere coloro che dicono di non credere alla psicologia in realtà hanno paura di mettere in discussione se stessi perché ciò comporterebbe lavorare su un proprio stato caratteriale e personale. Modificare un proprio equilibrio comporta per molti uno sforzo enorme poiché, in alcuni casi, da un proprio disagio si sviluppa quello che viene definito “vantaggio secondario”. Questa definizione indica un piacere che si ricava dall’essere in uno stato di malattia o attraverso la manifestazione di un sintomo/comportamento. Si ricevono più cure e attenzioni dal proprio ambiente familiare e si è esonerati dall’espletare determinati compiti. Mettere in gioco se stessi è un vero e proprio atto di coraggio e il benessere e la crescita personale parte anche da questa presa di consapevolezza.

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