Orari impossibili, colleghi odiosi, troppo o poco lavoro: stress in agguato

Tutta la vita davanti, film del 2008 diretto da Paolo Virzì

Lo stress da lavoro è considerato una malattia in ambito professionale che prende in considerazione oltre al lavoratore anche il datore di lavoro che ha la responsabilità di tutelare la salute psicofisica dei propri dipendenti. Egli, infatti, ha l’obbligo di scegliere un campione da intervistare tra i suoi subordinati per valutare determinate situazioni di rischio quali: orari, carriera e dinamiche conflittuali che si instaurano tra  colleghi. Se emergono fattori correlati allo stress è opportuno mettere in atto specifici interventi risolutivi.

Molte ricerche hanno evidenziato come le malattie cardiovascolari siano più frequenti in soggetti fortemente stressati in ambito lavorativo. Alla base di questa tipologia di stress ritroviamo determinati fattori quali:

  1. Stipendio insufficiente che non corrisponde al ruolo occupato all’interno dell’azienda.
  2. Colleghi che non collaborano.
  3. Non riuscire ad esprimere le proprie capacità.
  4. Quantità di tempo insufficiente per portare a termine il proprio lavoro.
  5. Mole di lavoro eccessivo o insufficiente.

Ultimo punto, purtroppo molto attuale, riguarda la precarietà del posto di lavoro che si è trasformata in una vera e propria psicopatologia definita “sindrome del precario”. I soggetti vivono momenti di ansia, depressione e stress in quanto ci si sente impotenti e si diventa allo stesso tempo estremamente dipendenti dall’ambiente lavorativo. Paradossalmente lo stato di precarietà potrebbe anche sviluppare nell’individuo una forma di creatività proprio perché l’obiettivo è quello di soddisfare il bisogno personale di autorealizzazione. Ed è proprio questa condizione psicologica che rende più forte l’individuo nel sopportare la situazione lavorativa negativa ossia avere mentalmente la percezione di riuscire a creare qualcosa di migliore per se stesso.

Oltre alla creatività è possibile limitare lo stress attraverso determinate tecniche. Per esempio potrebbe essere utile elencare le fonti di stress; conoscere i diritti come lavoratore e mantenere un atteggiamento distaccato e quindi professionale, evitando in questo modo di entrare nel circolo vizioso di interpretare un comportamento negativo da parte del superiore o dei colleghi come un qualcosa di personale; avere delle gerarchie lavorative imparando anche a delegare; fare delle pause e dedicarsi ad attività extralavorative (l’attività fisica aiuta a prevenire malattie cardiovascolari legate allo stress); ricompensarsi in modo da aumentare il livello di autostima; considerare la “critica” in modo positivo perché aiuta a crescere sia caratterialmente che professionalmente; chiedere aiuto ad un professionista se il livello di stress diviene ingestibile.

La psicoterapia, infatti, può essere utile in quanto aiuta il soggetto ad uscire dal suo essere immobilizzato, incastrato in una situazione lavorativa estremamente deleteria per il suo benessere psicofisico. All’interno di un setting terapeutico la persona si sente protetta e soprattutto giunge anche ad avere una nuova consapevolezza di sé e del mondo lavorativo, ormai lontano dagli schemi appartenenti ad una generazione passata: l’università assicurava un lavoro con contratto a tempo indeterminato ed una occupazione stabile dava l’opportunità di crearsi una famiglia.

Scopo della psicoterapia è far riemergere risorse personali per ristrutturare la realtà presente gettando le basi per vivere in modo più funzionale all’interno della società. In questo modo l’individuo sarà in grado di viversi le proprie capacità entrando in contatto con le sue forze personali. Svilupperà, quindi, una nuova consapevolezza ovvero si sentirà una persona più competente nella vita sociale e affettiva.

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