Ristorante Officine del Pesce nel quartiere Africano

Le Officine del Pesce, in pieno quartiere Africano, fa parte di una catena presente non solo a Roma con due ristoranti (l’altro si trova in via Tenuta del cavaliere, sulla via Tiburtina), ma anche a Los Angeles e a Barcellona, come è bene evidenziato nel logo. La peculiarità di queste strutture sta nel fatto che, oltre a poter usufruire del ristorante in quanto tale, è possibile prenotare ed acquistare pesce sempre fresco da cuocere a casa propria oppure addirittura già cotto e pronto da mettere in tavola e tutto ciò in qualunque giorno dell’anno. Entrando in questo locale modernissimo, tutto bianco con finiture in laminato, oltre ad un salottino dove poter gustare un aperitivo, quello che salta subito all’occhio è il bancone dove viene esposto il pesce che il cliente può scegliere e farsi cucinare al momento dallo chef. A lato del salottino, pochi gradini costeggiati da due vasche d’acqua corrente conducono nelle due sale aperte su due piani diversi dove i tavoli, forse un po’ troppo ravvicinati, sono apparecchiati – come capita ormai sempre più spesso – in maniera moderna e alquanto sobria. E tutto ciò è splendidamente visibile anche dall’esterno visto che due pareti sono totalmente in vetro trasparente. Il servizio, estremamente curato da parte di tre baldi giovani all’inizio della nostra visita, a onor del vero ci è parso progressivamente più affannato mano a mano che gli ospiti aumentavano di numero, ma comunque sempre professionale.

Dopo i due primi antipasti, la battuta di gamberi rossi e la battuta di scampi con polpa di arancia, assolutamente delicati ma nel contempo molto ben definiti nel gusto, abbiamo potuto godere della tartare di tonno, sapida e avvolgente, estremamente gratificante. I paccheri alla genovese di mare (in realtà in carta erano previste le candele che invece erano mancanti!) con battuto di terra e un misto di pesce sono apparsi prepotenti ma non sensazionali come le premesse potevano far supporre, mentre i maltagliati con amatriciana di mare e scaglie di pecorino sono risaliti decisamente verso posizioni di assoluto piacere gustativo, così pieni, consistenti e piacevolmente amalgamati. I secondi piatti propostici (fermo restando che la nostra scelta era caduta o sulla gallinella o sullo scorfano, risultati anche questi mancanti!) sono stati il San Pietro con pachino, vernaccia e olive nere di Gaeta ed il San Pietro con capperi di Pantelleria e pachino: ambedue non ci sono parsi a livello degli altri piatti, ma sicuramente di più che discreta fattura anche se un po’ insipidi e con scarso carattere. Il denominatore comune di tutta la cena, tuttavia, è stato sicuramente la freschezza e la bontà intrinseca del pesce.

Abbiamo terminato il nostro percorso gastronomico con un classico e corretto sorbetto al limone. Purtroppo abbiamo dovuto annoverare una terza mancanza: il vino da noi scelto, un Sauvignon di Kante, risultava mancante nonostante la sua presenza sulla carta, per cui abbiamo dovuto ripiegare (si fa per dire!) su uno Chardonnay Kante 06, brillante e convincente con i suoi sentori burrosi e complessi e note di frutta fresca. La cantina, tuttavia, pur contemplando buone etichette, è evidentemente insufficiente per un ristorante di questo livello: sicuramente da integrare.

Una cena completa certamente piacevole e di soddisfazione vi verrà a costare 50 € a persona esclusi i vini.

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