Ristorante Pepe verde nel cuore del quartiere Trieste

In questa via silenziosa ed elegante del ricco quartiere Trieste siamo andati a visitare questo Pepe Verde che, evidentemente, è nato come pizzeria (appena entrati colpisce immediatamente il forno a legna con il pizzaiolo indaffarato) ma che col tempo si è andato posizionando nella fascia dei ristoranti veri e propri. La lettura del menu non fa che confermare questo nostro assunto visto che, per quanto riguarda gli antipasti, questi risultano piatti da tipica pizzeria (crostini, crostoni, bruschette e così via) pur con qualche piccola iniziale variante. I primi piatti così come i secondi sia di carne che di pesce sono invece assolutamente in numero soddisfacente e globalmente originali, almeno sulla carta. Ci asteniamo, come è nostro costume, da qualsiasi valutazione circa le proposte pizzaiole, presenti peraltro in grande quantità e variabilità. Il locale è simpatico, strutturato su due sale dai colori caldi (giallo e arancione) che vengono riproposti anche nei menu portati al cliente risultando dei veri e propri colori sociali, caratterizzanti l’ambiente. Abbiamo poi porte in legno verde chiaro e vetro con deliziose tendine e sedie dello stesso colore: peccato che i tavoli siano talmente numerosi da apparire addirittura affastellati e quindi... addio privacy! Il servizio, pur se puntuale e senza sbavature (relativamente al tipo di locale), ci è parso un po’ freddino e di- staccato e a noi, vecchi e inveterati frequentatori dei più svariati ristoranti, ciò sembra piuttosto deludente: un sorriso e qualche parola in più sono sempre bene accetti.

La cena è iniziata con un banale crostone al Brie, speck e composta di pere che non ci ha assolutamente colpito, mentre, al contrario, ci è parso pieno, sapido e stimolante il lardo di Arnad con fiorone di capra al pepe. Di maggiore spessore sicuramente i primi piatti: buone le orecchiette con calamari, pomodori secchi e olive taggiasche, dove i pomodori secchi però la facevano un po’ troppo da padroni, coprendo la delicatezza dei calamari; più che buoni gli spaghetti con orata, crema di carciofi, bottarga e fili di melanzane (imperdibili questi ultimi) dove tuttavia la bottarga risultava poco incisiva. Per quanto attiene ai secondi piatti, noi ci siamo orientati sulla carne gustando due filetti di tagliata (più che discreta la carne), uno alla liquirizia e cipolle di Tropea (che pare essere un loro cavallo di battaglia) risultato un po’ insipido e di scarso carattere, l’altro con carciofi e pecorino di fossa sicuramente più coinvolgente, nonostante i carciofi siano risultati piuttosto crudi. Tra i dessert, il budino di menta con scaglie di cioccolato ci è parso un po’ scontato e industriale, anche se gradevole al palato, mentre di ottima fattura e apprezzabilità è risultata la nuvola d’arancio al cioccolato bianco.

Relativamente alla cantina (se di cantina onestamente si può parlare, vista la presenza di otto vini bianchi e di altrettanti rossi!) l’assoluta insufficienza di etichette anche solo di livello medio e, in molti casi, la mancata qualificazione del produttore e/o dell’annata ci hanno convinto, se ce ne fosse stato bisogno, che l’origine pizzaiola di questo locale è ancora pregnante e di conseguenza, visto anche l’uso assolutamente più frequente della birra, l’attenzione a questo aspetto della ristorazione è ancora piuttosto scarso. Noi abbiamo optato per il meglio che si potesse scegliere e cioè il Pecorino Terre di Chieti Cantine Tollo 09, di pronta e tutto sommato godibile beva e con finale amarognolo, anche se un po’ rustico, e il Morellino di Scansano E. Banti 08, di buona sapidità e freschezza in bocca.

Una cena completa, esclusi i vini, vi verrà a costare dai 35 ai 40 euro, a seconda del- l’opzione pesce o carne. Da provare.

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