Villa di Faonte: fuga e suicidio di Nerone

Foto tratta da romasotterranea.it

L’imperatore Nerone si uccide nella villa del liberto Faonte sulla via Patinaria, ora identificata con via delle Vigne Nuove, dopo una frenetica fuga da Roma, per non essere catturato vivo. Il Senato lo ha dichiarato “nemico della patria” e ne ha ordinato l’arresto. Nerone cerca un nascondiglio sicuro in cui rifugiarsi e il liberto Faonte gli offre la sua villa sita al quarto miglio tra la via Nomentana e la via Salaria.

L’archeologo Rodolfo Lanciani (1847 – 1929) in un saggio del 1891, cioè 120 anni fa quando allora tutto intorno era campagna, scrive che i resti della villa sono “disposti su di un altipiano o dorso perfettamente orizzontale alto sul mare dai 45 ai 46 metri, e dal quale si gode di una vista incantevole sulle sottoposte valli della Melaina e della Cecchina, su quelle più lontane del Tevere e dell’Aniene, sulla città e sui monti Vaticani e Gianicolensi che le fanno da cornice”. La villa, di grandi dimensioni, era suddivisa in due sezioni: una rustica e l’altra abitativa e ad essa era annessa una grande cisterna i cui resti sono ancora visibili.

Il suicidio di Nerone è dovuto a una serie di circostanze negative: provvedimenti impopolari anche di natura fiscale, la rivolta della Gallia nel ‘68 soffocata nel sangue dalle legioni di Roma, la successiva rivolta dell’esercito di stanza in Spagna, il cui comandante Sulpicio Galba è stato acclamato imperatore dalle sue legioni ed è appoggiato anche dal Senato. Ricostruiamo le ultime ore di Nerone attraverso il resoconto che ne fa lo storico Svetonio (70 – 140 d.C.) nella sua “Vita dei Cesari”.

L’8 giugno del ‘68, mentre pranza nel suo palazzo, Nerone riceve alcune lettere che annunziano la ribellione di altre legioni. Spaventato, nasconde del veleno in una pisside d’oro, pensando evidentemente già al suicidio, e manda dei fidatissimi li- berti a Ostia per preparare una nave per la fuga. Chiede ai tribuni e ai centurioni di accompagnarlo ma riceve risposte evasive o negative. Pensa, allora, di andare a supplicare Galba che sta avvicinandosi a Roma alla testa delle sue legioni. Rinvia al giorno dopo tale decisione e va a dormire; svegliatosi nel cuore della notte, apprende che la guardia militare se n’è andata. Intimorito, con un piccolo seguito si reca a cercare ospitalità da alcuni amici, ma nessuno lo accoglie. Tornato nel suo palazzo scopre che anche le sue guardie personali sono fuggite, dopo aver rubato oggetti di valore, tra cui la pisside d’oro contenente il veleno. Cerca quindi qualcuno per farsi uccidere, ma non trova nessuno: “Ergo ego nec amicum habeo nec inimicum?” (Dunque non ho più un amico e neanche un nemico?) esclama.

Scalzo, con la sola tunica addosso e coperto da un mantello, Nerone sale a cavallo accompagnato da quattro persone, e percorre al galoppo la via Nomentana. Giunto ad una scorciatoia, il gruppetto lascia i cavalli e, passando in un sentiero fra canne e rovi, arriva al muro posteriore della villa. Faonte dice a Nerone di nascondersi momentaneamente in una vicina cava di sabbia mentre viene preparato un passaggio segreto per accedere alla villa. Da una pozzanghera l’imperatore beve dell’acqua con la mano e quindi in mezzo ai rovi entra carponi nella villa attraverso il cunicolo scavato nel frattempo.

Mentre Nerone si riposa, un corriere porta a Faonte l’annuncio che il Senato ha dichiarato l’imperatore “nemico della patria” e che lo ricerca per fargli subire la condanna prevista: la fustigazione fino alla morte, appeso nudo ad una forca. Poiché i suoi compagni gli dicono di sottrarsi al trattamento oltraggioso che lo attende, Nerone fa scavare una fossa e portare acqua e legna per rendere onore al suo cadavere ripetendo in continuazione nel pianto “qualis artifex pereo” (quale artista muore), alludendo alle sue doti artistiche. Quando sente il galoppo dei cavalieri che si avvicinano alla villa per catturarlo, Nerone prende un pugnale e se lo affonda nella gola con l’aiuto del suo segretario particolare Epafrodito. Era il 9 giugno del ‘68. Aveva circa 31 anni e mezzo essendo nato ad Anzio il 15 dicembre del ‘37.

Dopo i funerali il corpo viene cremato. Le sue nutrici, Egloge e Alessandria, e l’amante Atte mettono le ceneri in un sarcofago di porfido nel mausoleo di famiglia ai piedi del Pincio. Sulla tomba di Nerone nasce un pioppo che diviene – secondo voci popolari – luogo di raduno di demoni e streghe tali da rendere i dintorni inabitabili. Passano mille anni e papa Pasquale II (1099 – 1118) si reca in processione fino al gigantesco pioppo munito di una scure d’argento. Fatti gli esorcismi per scacciare i diavoli, abbatte il pioppo (populus) e sul terreno così bonificato fa costruire la chiesa di S. Maria del Popolo. Ma populus in latino significa anche popolo e un’altra versione sostiene che la chiesa è stata costruita con le offerte e il lavoro manuale del popolo romano.

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